Fredrik Sjöberg, L’arte della fuga

Questa è stato il mio primo incontro con Fredrik Sjöber, che non solo è un autore ma anche un biologo svedese: due aspetti che nel suo romanzo L’arte della fuga si fondono alla perfezione. Iperborea ci suggerisce quanto questo binomio sia fondamentale sin dalla splendida copertina: un ramo di pino. Un albero che ci accompagnerà dalle prime righe, in cui l’autore ci racconta – “così, tanto per provare” – di aver passato una notte intera a cantare canzoni romantiche in cima a un pino, lungo tutto il romanzo. Sarà, insomma, il nostro compagno di viaggio; perché questo romanzo altro non è se non proprio un viaggio.

E tutto ha inizio, per l’appunto, da un pino. È questo l’albero che lo stesso Sjöberg, in una casa d’aste di Stoccolma, vede ritratto in un dipinto dal quale rimane folgorato. Spinto dalla curiosità e dalla sua passione per l’insolito scopre che l’autore del dipinto è Gunnar Widforss, artista pressoché ignorato in Europa. Si mette dunque sulle tracce di questo personaggio portando con sé, tenendoci per mano, anche noi lettori. Ci accompagna per tutta Europa, ma soprattutto nel Nord America; è proprio lì, infatti, che Widforss trova il successo, tanto da essere conosciuto come “il pittore dei parchi nazionali”.

Ma il viaggio di Sjöberg alla scoperta dell’acquerellista non è soltanto la ricostruzione della vita di un uomo ossessionato dall’idea della bellezza e dall’ansia di riuscire a vendere le sue opere, di vedersi realizzato. C’è molto di più. Ho impiegato un po’ di tempo prima di capire che gli aneddoti che ci racconta in parallelo alla sua ricerca fanno parte di una più profonda ed essenziale riflessione sul rapporto tra uomo e natura. E dunque ecco che all’improvviso menzionare la nascita dell’industria del chewing-gum, o il successo dell’industria dei puzzle di cartone, o ancora la storia che sta dietro al marchio H&M non mi sembrava più fuori luogo. E nemmeno l’accenno al genocidio che ha portato alla creazione delle riserve indiane. È anzi proprio con questo episodio che il percorso di Sjöberg mi è diventato chiaro.

“Cosa distingue, infatti, la vergogna per un genocidio che ha portato alla creazione delle riserve indiane e di altre enclave nei deserti, anche più vicino a noi, dalla vergogna per l’assalto dell’epoca industriale ai boschi e alle montagne?”

Con una scelta di aneddoti curata e geniale, tra divertimento e curiosità, Sjöberg rende le sue riflessioni scorrevoli e mai banali. Capiamo che, in realtà, ci porta alla riscoperta di una natura primitiva e primordiale; ci fa riscoprire la meraviglia di viaggiare e di entrare in contatto con quello che ci circonda in maniera pura, curiosa e fraterna. Attraverso gli acquerelli di Gunnar, la lezione più importante che ci insegna concerne l’importanza di preservare un mondo che troppo spesso viene distrutto dagli esseri umani per soddisfare i loro egoisti bisogni. Proprio per questo, credo sia un romanzo che vale assolutamente la pena di leggere. E anzi, mi azzardo a definirlo – oggi come oggi – necessario.

“Proteggere e conservare panorami grandiosi non è difficile. Basta avere soldi. La varietà, invece, sia quella biologica che culturale, tende a svanire se rinchiusa in un’enclave. La cattiva coscienza, del resto, non è la migliore bussola.”

 

 

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