Milan Kundera, L’identità

Dopo un periodo in cui le mie letture procedevano a rilento, ho terminato questo romanzo in pochi giorni. Non che avessi più tempo libero, tutto il contrario in effetti; semplicemente L’identità è stato per me un romanzo dal quale non riuscivo a staccarmi. Dopo L’insostenibile leggerezza dell’essere, questo è il secondo romanzo di Milan Kundera in cui mi immergevo: avevo molte aspettative e, con immenso piacere, posso affermare che sono state tutte quante confermate e mai deluse.

L’identità è una storia ordinaria di una coppia ordinaria e, chi mi conosce un po’, saprà quanto adori le storie che parlano di persone comuni e dei problemi che chiunque di noi può trovarsi a dover affrontare. I due protagonisti sono Chantal e Jean-Marc: lei lavora in un’agenzia pubblicitaria e ha alle spalle un divorzio e un bambino morto a soli cinque anni; lui è il più giovane tra i due, con un lavoro precario e per questo dipendente da Chantal. Si sono innamorati il primo giorno che i loro occhi si sono incontrati e, da allora, non si sono lasciati mai.

Attraverso una tecnica narrativa coinvolgente, che ci presenta in parallelo gli eventi, un capitolo dopo l’altro, visti con gli occhi prima dell’uomo e poi della donna, Kundera affida alla pagina delle riflessioni interessanti e soprattutto importanti in quanto comuni alle persone ordinarie. Il problema principale di Chantal, come presto scopriamo, è quello dell’invecchiamento del corpo: sente da sempre un sentimento di inferiorità rispetto a Jean-Marc a causa della sua età e, quando un giorno – d’improvviso – si accorge che gli uomini non si girano più a guardarla, capisce acquisisce la brutale consapevolezza che il suo aspetto esteriore sta cambiando, che il suo corpo si sta deteriorando.

“[…] ogni donna misura il proprio grado di invecchiamento dall’interesse o dal disinteresse che gli uomini manifestano per il suo corpo.”

Una conseguenza di questo deterioramento è, com’è naturale, la morte. Ma a preoccupare i due protagonisti non è la propria morte, bensì quella della persona amata. Come possiamo sentire la mancanza di qualcuno pur avendolo al nostro fianco? È possibile provare nostalgia nei confronti di una persona che non abbiamo perso? Lo è. E per Jean-Marc tutto questo è spiegabile con la morte, nemica silenziosa che ci accompagna costantemente, sin dal nostro primo pianto su questa terra.

“Come si può soffrire per l’assenza di chi è presente? […] si può soffrire di nostalgia in presenza dell’amato se si intravede un futuro in cui l’amato non c’è più – se la morte dell’amato è, per quanto invisibile, già presente.”

Il rapporto tra Chantal e Jean-Marc è intenso; entrambi vivono l’uno per l’altra, vivono per cercarsi sempre, ovunque, in qualsiasi circostanza e a qualsiasi costo. Sono l’uno la casa dell’altra, un caldo rifugio. Chantal può mostrare il suo vero volto solo con Jean-Marc e lui, di conseguenza, ha il privilegio di vederla davvero. Ma questo equilibrio cambia e vacilla proprio a causa della paura di Chantal riguardo al suo corpo che invecchia. “Gli uomini non si voltano più a guardarmi”, dice un giorno a Jean-Marc, ed egli si sente tagliato fuori dal suo stesso mondo, di cui Chantal costituisce il centro. Decide allora di farle trovare nella buca delle lettere dei biglietti da un ammiratore segreto: attraverso questo personaggio, Jean-Marc spera di riaccendere in Chantal la scintilla che lo scorrere del tempo sembra avergli tolto. E inizialmente è effettivamente così: Chantal si sente lusingata da questo sconosciuto che la guarda di nascosto, la ammira, la desidera. Ma l’incantesimo si spezza quando si rende conto che a scrivere quelle lettere è proprio Jean-Marc e si sente tradita da colui che più ama a questo mondo.

I due si separano solo per dimostrarsi esattamente uguali; nei pensieri, nei gesti, nelle emozioni e nei sogni più spaventosi. Si perdono soltanto per ritrovarsi e per ripromettersi di guardarsi sempre, proprio come una volta. Si promettono tacitamente di superare la paura della vecchiaia, la paura della morte, di affrontare gli incubi notturni e quelli della vita di tutti i giorni insieme. Si promettono di mostrarsi sempre per quello che sono, senza più doppie facce, senza più maschere; ovunque, sempre. La loro è una storia d’amore così straordinariamente ordinaria che non si può far altro che innamorarsene.

“«Ho paura, quando le mie palpebre si abbassano. Paura che nell’attimo in cui il mio sguardo si spegne al tuo posto si insinui un serpente, un ratto, o un altro uomo. […] No, voglio soltanto guardarti. […] Lascerò la lampada accesa per tutta la notte. Tutte le notti.”

 

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