Emmanuel Carrère, Limonov

Questo è stato il libro che mi accompagnato nel passaggio da un vecchio a un nuovo anno. Va da sé, Limonov è stato il primo libro che ho terminato nel 2019. L’autore di questo libro, Emmanuel Carrère, è uno scrittore, sceneggiatore e regista francese; nipote di immigrati georgiani in fuga dalla rivoluzione Russa (fatto che credo sia rilevante, in quanto lo collega senz’altro in maniera diretta con l’ambientazione di questa sua straordinaria biografia romanzata).

È infatti la vita di Eduard Limonov (pseudonimo di Eduard Veniaminovič Savenko), uno scrittore e politico russo, che Carrère decide di raccontarci. E, forse da un lato per il modo magicamente diretto, schietto e semplice in cui ce la racconta, dall’altro per le avventure così assurde che vengono affidate alle pagine, la vita di Limonov sembrerebbe una pura invenzione della mente dell’autore. Ho aspettato di terminare il libro, prima di fare qualsiasi ricerca in merito a questo personaggio per non spezzare l’incantesimo che mi ha accompagnata per più di trecentocinquanta pagine: ma è, apparentemente, tutto vero. Quanto meno, lo è la sua esistenza; ma mi piace pensare che anche ogni avvenimento della sua vita che ci viene raccontato lo sia.

I suoi viaggi a New York e a Parigi con le annesse esperienze assurde, forti e al limite; la sua smania di fama, gli infiniti tentativi di inserirsi in una società che potesse favorire la sua ascesa. E poi la Jugoslavia, dove Limonov diventa un protagonista della guerriglia che sconvolge la regione agli inizi degli anni Novanta. E poi ancora l’Unione Sovietica; Mosca, il partito Nazional Bolscevico e la sua bandiera (uguale a quella nazista se non per la falce e il martello al centro, al posto della croce uncinata), i suoi compagni, la sua sete di rivoluzione. Poi l’Asia, la meditazione, la natura, l’allenamento e il contatto con sé stesso. E infine le prigioni (prima Lefertovo, poi Saratov e infine Engels) e la liberazione con tanto di troupe televisiva, perché un grande scrittore e un leader di un partito non può certo essere rinchiuso in galera.

Tutto questo è affiancato (anche se, nel mio caso, ammetto che a volte abbia preso il sopravvento) dalla affascinante e tormentata storia politica dell’Unione Sovietica. Carrère inserisce nel suo libro parlamentari, oligarchi e militari; e poi partiti piccoli ma agguerriti, rivoluzionari e reietti della società. Tutto questo viene a rappresentare una delle storie di politica nazionale più turbolenta degli ultimi tempi e che sancisce il passaggio dall’URSS alla Russia indipendente. In tutto questo Limonov, anche se ha modo suo, è perennemente protagonista.

Emmanuel Carrère riesce, in questo suo lavoro, ad integrare la vita di uno scrittore, di un politico, di un emarginato, di un rivoluzionario; la storia di una rivoluzione, di una guerra, di un popolo. Il suo è un libro che dà voce a una nazione e che, attraverso uno dei suoi figli ci insegna la storia di un uomo che da un lato è attratto da tutto questo come da un filo invisibile, ma dall’altro ne è respinto come da un campo di forza. La sua fine, comunque sia, Limonov la immagina come ha sempre immaginato il suo destino: da re.

Di tutti i luoghi del mondo, continua Eduard, l’Asia centrale è quello in cui si trova meglio. In città come Samarcanda o Barnaul. Città schiantate dal sole, polverose, lente, violente. Laggiù, all’ombra delle moschee, sotto le alte mura merlate, ci sono dei mendicanti. Un sacco di mendicanti. Sono vecchi emaciati, con i volti cotti dal sole, senza denti, spesso senza occhi. Portano una tunica e un turbante anneriti dalla sporcizia, ai loro piedi è steso un pezzo di velluto su cui aspettano che qualcuno getti qualche monetina, e quando qualche monetina cade non ringraziano. Non si sa quale sia stata la loro vita, ma si sa che finiranno nella fossa comune. Sono senza età, senza beni, ammesso che ne abbiano mai avuti – è già tanto se hanno ancora un nome. Hanno mollato tutti gli ormeggi. Sono dei relitti. Sono dei re.

Questo sì che gli piace.

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