27 gennaio, Giorno della Memoria

Il 27 gennaio di ogni anno ricorre il Giorno della Memoria. Lo stesso giorno di settantaquattro anni fa (1945), le truppe dell’Armata Rossa liberavano il campo di concentramento di Auschwitz. L’Assemblea generale delle Nazioni Unite istituì questa giornata, dunque, in memoria delle vittime dell’Olocausto: la cifra esatta è dibattuta, ma una media delle varie stime porta a stabilire un numero di vittime che oscilla tra i 5 e i 6 milioni.

Il libro di Primo Levi, Se questo è un uomo, e il Diario di Anne Frank sono due volumi dei quali – sono sicura – tutti hanno sentito parlare. Sono racconti forti, dolorosi, persino scomodi oserei dire, in quanto ci rendono partecipi e consapevoli di una delle pagine più nere della storia mondiale. Tuttavia, “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre.” (Primo Levi, I sommersi e i salvati).

Oggi, a distanza di settantaquattro anni, con il cuore a pezzi ho raggiunto la piena consapevolezza del fatto che ciò che Levi, Anne Frank, e tutti coloro che hanno avuto la forza di raccontare la barbarie di cui l’uomo è capace speravano di evitare si sia ripetuto: le nostre coscienze si sono, di fatto, nuovamente oscurate. È una consapevolezza che ho maturato pian piano, e che ha avuto inizio con l’esplosione di notizie riguardo le immigrazioni che hanno interessato l’Europa negli ultimi anni. È cresciuta leggendo l’odio nelle parole di persone che si sentivano – e si sentono tutt’ora – “invase”, “in pericolo”; persone che hanno progressivamente additato i migranti come “stranieri”, addirittura come “estranei”, che hanno suggerito di alzare muri e chiudere frontiere.

È una consapevolezza che si è consolidata quando ho deciso di partire con One Bridge to Idomeni (un meraviglioso gruppo di volontari che lavora sulla rotta balcanica, in aiuto ai migranti) per vedere con i miei occhi questa “minaccia”; ma i miei occhi hanno visto semplicemente esseri umani, proprio come me. Tutto ciò che avevano di diverso era la disperazione, e il cuore pieno di speranza di una vita migliore, speranza di trovare la felicità altrove. Li ho ascoltati mentre mi raccontavano le loro storie: li ho sentiti raccontare dei maltrattamenti subiti nel tentativo di attraversare la frontiera tra Bosnia e Croazia per entrare nell’Unione Europea, hanno raccontato dei telefoni spaccati a terra o sequestrati dalla polizia. Li ho sentiti raccontare del terribile e duro cammino verso il confine per poi essere buttati all’interno di un camion senza aria, senza acqua, fino al loro ritorno in Bosnia. Ho visto i bambini disegnare le loro case, le loro bandiere (uno di questi disegni è proprio quello che ho voluto fotografare nell’immagine: “Afghanistan is the best” dice la scritta): ho capito che nessuna di quelle anime (madri, padri, bambini), se avesse potuto, se ne sarebbe andata dalle loro città, dalle loro nazioni. A chi mi dice che dovrebbero rimanere a casa loro ora cerco di spiegare: “non lo capite che se potessero ci rimarrebbero? Non lo capite che se rimanessero lì, in un modo o nell’altro, morirebbero?”. Ma in pochi capiscono e io, ogni volta, mi vergogno per loro e mi vergogno di far parte di un mondo simile.

Quando sono rientrata da questo breve viaggio, che nonostante la durata è stata l’esperienza più toccante e allo stesso tempo arricchente della mia vita, ho cominciato a documentarmi meglio. Uno dei primi libri che ho letto sul tema dell’immigrazione è stato Non lasciamoli soli. Storie e testimonianze dall’inferno della Libia. Quello che l’Italia e l’Europa non vogliono ammettere. Le testimonianze che Francesco Viviano Alessandra Ziniti raccolgono in questo volume (del quale vi ho parlato qui) sono un pugno allo stomaco che tutti dovrebbero ricevere. Questo libro è un paio di mani che, con la forza della verità, apre gli occhi del lettore sulla realtà dei migranti: cosa vivono prima di partire ma soprattutto durante il loro viaggio infernale verso l’Europa.

Secondo i dati forniti dall’UNHCR aggiornati al 4 ottobre, gli sbarchi nel Mediterraneo sono diminuiti (più di 90’000 in meno), tuttavia i morti in mare non sono diminuiti affatto. Nel 2017, fino al mese di giugno, veniva registrato un decesso per ogni sette persone che affrontavano la traversata; nel 2018, i morti fino a giugno sono stati uno per ogni diciannove. All’altezza del 22 giugno 2018, i morti in mare accertati negli ultimi quindici anni sono stati 34’361. Di tutte queste anime ci parla Giulio Cavalli nel suo Carnaio (che sto leggendo in questi giorni in adesione al progetto di StaffettaUmanitaria): ma, soprattutto, Cavalli ci parla dell’odio che la gente nutre nei confronti dei migranti, del profitto che da loro ricavano, e dall’uso che ne fanno per strategie politiche. Insomma, nel suo romanzo incarna alla perfezione la preoccupante situazione attuale.

Tutti questi elementi sono l’evidente testimonianza che l’umanità non ha ancora imparato nulla dalla sua storia, ed è una cosa che mi spaventa davvero molto. Tuttavia, sono felice di constatare che conosco molte persone le quali si adoperano per non ripetere determinati errori. Giorno per giorno, mi danno la speranza che un mondo migliore stia aspettando il suo momento per emergere, e mi danno la forza di non smettere di credere nelle mie convinzioni e di sostenere il mio ideale di umanità.

Ricordiamoci tutto questo, e non dimentichiamocelo mai.

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