Giulio Cavalli, Carnaio

Credo sia doveroso cominciare parlandovi di un progetto ideato da due fantastiche ragazze, @francyna_ e @lelettrici_books. La loro idea si racchiude sotto il nome di @staffettaumanitaria e nasce dalla necessità di parlare del tema della migrazione. Queste due ragazze hanno preso coraggio e hanno dato voce alla loro voglia di fare qualcosa affinché le persone cercassero di capire questo fenomeno con il cuore aperto, riversargli addosso tutto il proprio odio. È stato fantastico vedere quante persone si sono strette attorno a loro e hanno dato man forte in questa battaglia.

Ogni mese, StaffettaUmanitaria propone un gruppo di lettura a tre tipologie: saggi, romanzi e graphic novel. Per il mese di gennaio ho deciso di seguire il gruppo di lettura dedicato ai romanzi leggendo Carnaio, di Giulio Cavalli. Questo scrittore milanese è anche un politico; ha pubblicato diversi libri d’inchiesta e dal 2007 vive sotto scorta per il suo impegno nella lotta contro le mafie. In questo romanzo, Cavalli affronta il tema delle migrazioni e – in particolare – delle traversate del Mediterraneo. È un tema più attuale che mai, scottante, discusso, dibattuto e controverso. Ma la genialità di Cavalli sta nel portarlo all’estremo, fino a raggiungere l’impensabile.

Non mi soffermerò molto sugli aspetti “tecnici” del libro (in primo luogo perché non mi sento di avere le competenze adatte), anche se non nascondo di aver trovato la prima parte del racconto spesso difficile da seguire a causa delle frasi molto lunghe e del discorso indiretto libero a volte caotico. Ho trovato fantastica la seconda parte invece, che riporta le testimonianze dirette delle persone coinvolte della vicenda. Ma, a prescindere da tutto questo, i punti che solleva Cavalli nel suo romanzo meritano di essere considerati in primo piano.

La principale protagonista di questo romanzo è DF; una città che da un lato può ricordare molto Lampedusa, ma dall’altro il suo non avere un nome né una bandiera la rende simbolo di tutte le città. L’equilibrio di DF si rompe con il primo cadavere ritrovato  impigliato tra gli scogli: a questo ne segue un altro, poi un altro ancora, poi un tappeto di corpi. Corpi tutti uguali: sesso (uomini), altezza, peso, colore della pelle (nera), gruppo sanguigno. E poi arrivano le ondate di cadaveri. Letteralmente. Onde di uomini senza vita che si abbattono sulla città e lasciano una scia di corpi dovunque. Onde di uomini che uccidono quattordici cittadini di DF. È in questo momento che Cavalli ci infligge il primo, fortissimo ma necessario, pugno allo stomaco.

“Non sono le migliaia di vittime sbarcate morte il buio su cui dobbiamo portare la nostra luce ma i nostri morti.”

“C’è qualcosa che non va”, ho pensato: la morte è morte. Tragica, terribile, buia. Sempre. Non c’è una perdita che valga più o meno di un’altra. Eppure non sembrano essere dello stesso parere gli abitanti di DF che, dopo la morte dei loro quattordici concittadini, cominciano a sentirsi sotto attacco da tutti quegli uomini venuti dal mare. Come proteggersi, allora? Il sindaco di DF propone una soluzione che forse ad alcuni di voi non parrà nuova:

“[…] piazzeremo un muro in riva al mare, […] e se serve recinto tutta DF, ci costruisco anche un tetto per non farci piovere altri di questi

Vi suona famigliare, vero? Già, come pensavo. E, come se non bastasse, la città si isola completamente dal resto del mondo: impossibile entrarvi, impossibile uscirne. La corrispondenza è sorvegliata, così come le telefonate: tutto è sotto il controllo dei politici perché affinché “la propaganda funzioni, serve che non ci siano testimoni”. Il muro che gli abitanti di DF costruiscono è trasparente; in questo modo è possibile vedere ogni corpo che dal mare si infrange contro il plexiglas. Credevo di non aver mai letto nulla di più disturbante, ma mi sbagliavo. La costruzione del muro dà il via a una macchina disumana che, gradualmente, approfitta dei corpi per creare energia, mobili, indumenti, profumi, cibo. Già, cibo. La città di DF si converte in una comunità di cannibali, chiusa in una bolla di pregiudizi, egoismo, ignoranza. “Chi non si adatta diventa straniero. Chi è straniero diventa un impiccio, anche se un’ora prima era tua moglie tuo fratello, tua figlia.” 

Ma la chiusura di mente e di cuore di DF diventa la sua stessa rovina. Così come sono arrivati i corpi, uno alla volta e poi a ondate, allo stesso modo gli abitanti della città si ammalano. Tutti quanti, chi prima chi dopo, presentano gli stessi sintomi che – in breve tempo – li porta alla morte.

Cavalli crea un mondo grottesco, disumano, terribile. È un mondo estremizzato, me ne rendo conto; ma credo che non sia poi molto diverso dal mondo in cui viviamo ora. Un mondo in cui i più forti fanno propaganda, economia, profitto sfruttando i più deboli. Un mondo che sta pian piano perdendo la sua umanità, il suo altruismo, il suo amore sincero per il prossimo. Questo libro semina delle domande che, pagina dopo pagina, germinano nella mente del lettore che, a lettura terminata, esce cambiato da questa esperienza di lettura. Questo libro è un urlo silenzioso, un appello al cuore e all’anima del lettore. In questo mondo non esistono altri, non esistono stranieri: dobbiamo salvarci. Tutti quanti.

“Quando se ne va l’umanità, anche il vero diventa un lusso: non è per ignoranza, come potrebbe sembrare, ma per un rimescolamento avvelenato delle priorità. Il trucco […] sta nel convincere le persone che esista qualcosa di alto da proteggere […] e che tutto il resto sia terribilmente poco importante.”

 

 

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